xantology blog inutile di a. pagliaro

e allora lui

di a. pagliaro, 5/7/2008

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il paese che vuole sapere

di a. pagliaro, 3/7/2008

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Oggi, su questo blog, sono arrivate centinaia di lettori con le chiavi di ricerca “carfagna pompino”, “carfagna pompino berlusconi”, “mara carfagna berlusconi intercettazioni pompino” e permutazioni varie dove la parola carfagna compare sia corretta sia storpiata (la “garfagna”) e non mancano un paio di “bellusconi”.

L’unica parola che non sbaglia nessuno è “pompino”. Alcuni cercano al singolare: “pompino”. Altri, più ottimisti, “pompini”.

Nel frattempo,  incurante del Paese che vuole sapere, un povero cibernauta solitario è arrivato cercando “veltroni con la sciarpa della roma”.

domenica pomeriggio, palermo

di a. pagliaro, 30/6/2008

Tardo pomeriggio di ieri, domenica 29 giugno. Palermo centro. Poca gente in giro, fa caldo.

Una ragazzina di tredici / quattordici anni passeggia sola. Si avvicina alle strisce pedonali, fa un passo per attraversare. C’è una BMW sportiva che arriva ad alta velocità. E’ chiaro che non intende fermarsi. La ragazzina si blocca.

La ragazzina ha maglietta aderente, minigonna di jeans e sandali.

La BMW frena di colpo. Riesce a fermarsi quando è già sopra le strisce, ma si ferma. Sono due uomini di trenta / trentacinque anni.

La ragazzina fa grazie con la mano e attraversa.

La BMW riparte lentamente. Dal posto passeggero, uno dei due uomini - occhiali scuri a coprire metà del viso - si affaccia al finestrino, guarda dietro e urla: “ti feci passare solo perché sei bella”.

Ho pensato a Berlusconi.

sì, ma poi a pranzo il dialogo c’è?

di a. pagliaro, 27/6/2008

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Qualcuno ha pagato 2760€ per andare a pranzo con il segregario del PD Walter Veltroni senza nemmeno sapere se poi a pranzo il dialogo c’è.

Da “domande e risposte”:
D: “scusi…ma il pranzo chi lo paga ?
R: Il costo del pranzo non è a carico del vincitore del lotto.

Altre aste ebay per cui nessun uomo di buon senso potrebbe mai offrire un euro: nella redazione del Tg1 con Gianni Riotta (”per vedere da vicino come si scelgono le notizie, in quale ordine vengono disposte in scaletta”. No, grazie, lo vedo anche da casa), visita alla Tod’s con Diego Della Valle (in che continente?), alla prima del film di Natale con Christian De Sica, a San Siro con Massimo Moratti.

prego

di a. pagliaro, 23/6/2008

Conquiste del lavoro

Il protagonista di un noto romanzo americano dice che i libri che ti lasciano senza fiato sono quelli che quando li finisci di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e potergli telefonare ogni volta che vuoi. E se io lo avessi avuto, il numero, non avrei esitato un nanosecondo a digitare lo 091 - prefisso di Palermo - e subito esclamare alla persona in linea un semplice “Buttana la miseria, grazie!”. Perché Il sangue degli altri è un Evviva di scrittura & struttura che va semplicemente ringraziato“.

Fausto Bassini scrive del romanzo “Il sangue degli altri” su Conquiste del Lavoro del 14 giugno 2008. Leggi l’intero articolo (diviso in tre pagine): pag. 6, pag. 7, pag. 8,

devoti a babele

di a. pagliaro, 22/6/2008

devoti a babele“Devoti a Babele” di Valter Binaghi è una storia di dipendenze che a tratti assume i toni religiosi di una parabola. Nel “prologo nella preistoria”, ad esempio, che va riletto alla fine per meglio comprenderlo. Prologo che narra dell’ “uomo che nascose la sua anima in una pietra”, e, persa la pietra, la cercò fino a rassegnarsi. Ed è nel rassegnarsi che l’uomo intravede davanti a sé una libertà sconfinata e il potere di osare, fino a diventare venditore di pietre nel “mercato di Babele”.

Lasciato quest’uomo preistorico, il protagonista del resto del libro, diviso in tre parti, è Arvo, milanese della piccola borghesia, che seguiamo dagli anni ‘80 fino a oggi. Nei tre periodi in cui si svolge la storia, il tentativo di elusione della realtà porta Arvo a cercare una fuga che si traduce in una dipendenza sempre diversa. La prima è l’eroina dei primi anni Ottanta. Sono i tempi dei tossici. E’ la prima parte del libro, “religione del buco”, forse la migliore delle tre, quella in cui la scrittura di Binaghi sembra essere nata per la storia che racconta. Arvo vive per bucarsi.

La seconda fuga, pochi anni più tardi, è una setta simil-Scientology che accoglie Arvo nel suo programma: disintossicarlo dall’eroina per poi renderlo di nuovo dipendente: è la “religione del programma”. Arvo diventa istruttore della setta, impara a eliminare dal corpo i “traumi pre-natali”, impara il segreto del disordine che corrompe l’uomo: i “Grumi”. Schiavo di farabutti, applica ciò che impara sui nuovi adepti, fino alla tragedia.

Infine, e siamo agli anni duemila, mentre Arvo sembra tornato un normale piccolo borghese, un nuovo crollo: la “religione in video”. E’ la terza parte del libro, raccontata da un cronista fuori campo. Nuove fughe che diventano dipendenze: prima la tv. Piccole comparsate, un reality, l’agente Cico Sbora, piccolo grasso gli occhi dolcementi porcini. “La tv è la vita al quadrato: difficile farne a meno”. Se ti rifiuta, è dramma. Poi il web. La navigazione compulsiva, il distacco dal mondo reale, fino al blog di una giovane donna e il delirio erotomane. E qui, nelle pagine e pagine di e-mail che Arvo scambia con Viola d’Amore il romanzo si perde un po’. Sono tante e molto credibili, e dunque noiose come un blog di Splinder che si chiami appunto Viola d’Amore e pubblichi poesie di Prevert e foto del gatto, le lettere che si scambiano i due. Troppe lettere che precedono un finale, la fine del viaggio di Arvo, che potrebbe essere consolatorio ma che lascia ugualmente una grande sensazione di amarezza. Binaghi cita Heidegger: “solo un Dio ci può salvare”, ma ci mette in guardia: forse non è così per una civiltà al tramonto.

Valter Binaghi, Devoti a Babele, Perdisa Pop
Recensione pubblicata su Queer di Liberazione del 22 giugno 2008 (pdf)

la fattoria degli animali

di a. pagliaro, 18/6/2008

il coniglio e la tigreUn giorno il coniglio piccolo incontrò una tigre anziana. La tigre era sdraiata per terra, sola, abbandonata da tutti. Aveva lo sguardo triste: “Nessuno più mi vuole bene. Guarda i miei tigrotti come corrono felici dimentichi di me”. “Amica tigre, vieni con me” - disse il coniglio piccolo. La tigre, incredula, si ridestò e seguì il coniglio piccolo. “Andiamo da me e discutiamo le regole” - disse ancora il coniglio piccolo.

Il coniglio piccolo era tutto contento. Adesso con l’aiuto della tigre, era certo di essere un coniglio più forte. Così andò dal grande coniglione capo e gli disse: tu smamma, adesso ci siamo io e la tigre. E il grande coniglione capo smammò. Intanto i tigrotti che erano fuggiti tornarono dalla tigre e le si sottomisero belanti.

Il coniglio piccolo e la tigre si accomodarono ai posti di comando. “Ora vediamo per chi votano le pecore” - disse il coniglio piccolo - “e chi voteranno le pecore sarà il nuovo capo”. Le pecore votarono e votarono la tigre e i tigrotti. Il coniglio piccolo fu un poco deluso, ma non troppo. Per lui c’era comunque un posto comodo, all’ombra e pagato in dobloni. E poi, lui l’aveva capito: la tigre era un capo che voleva il dialogo e le regole dovevano discuterle insieme. Era il loro accordo!

La tigre iniziò a comandare e piano piano mangiava le pecore. Il coniglio piccolo si accontentava di qualche briciola, ed elogiava il grande senso di giustizia della tigre, sicuro che sarebbe venuto il suo turno e che avrebbero discusso le regole.

Un giorno però, sazio di pecore, la tigre addentò una zampa del coniglio piccolo. “Dobbiamo discutere le regole” - disse il coniglio piccolo. In risposta, la tigre gli staccò a morsi un’altra zampa. “Ma io sono per il dialogo” - ammonì il coniglio piccolo. Allora la tigre, annoiata da quel coniglio piccolo pacato e petulante, se lo sbranò tutto.

“Fra noi il dialogo è chiuso” - tuonò allorà il coniglio piccolo mentre la tigre se lo masticava.

un giallo poco giallo

di a. pagliaro, 16/6/2008

Io sono la prova“Io sono la prova” di Biagio Proietti è un buon giallo dal finale insolito, certamente irrispettoso delle regole del genere ma non per questo meno affascinante. La storia, ambientata a Roma, è incentrata sull’omicidio di una donna, Rossana Turchetti, avvenuto quattro anni prima ed è raccontata con uno stile asciutto, frasi brevi e molte immagini.

Il caso viene riaperto a causa di una martellante campagna stampa e perché un poliziotto vecchio e malato vuole chiuderlo prima di morire. L’indiziato è sempre lui: Marco Dori, amante della Turchetti. La trama è avvincente, e ciò che colpisce è che, pur mantenendo la struttura classica del giallo, il romanzo vive sulla drammaticità delle conseguenze del delitto e non sul mistero da risolvere. Non è un giallo rebus, mancano i ragionamenti dell’investigatore e la sfida al lettore. E’ più una drammatica storia corale di sentimenti, dove ciascuno dei personaggi - tanti, ben disegnati e pieni di contraddizioni - è travolto dagli eventi, quasi sempre suo malgrado.

C’è la ricercatrice del CNR, passione e pochi soldi, c’è una giornalista d’assalto che corre verso il fallimento, c’è la relazione proibita fra Marco Dori, quarantenne sposato, e una ventenne e il giudizio severo della gente che trasforma l’uomo in assassino certo. Ci sono i neri Kenya e Abdul, la povertà delle loro baracche e il razzismo che li circonda. Ci sono stampa e tv che costruiscono mostri e rovinano esistenze. Ci sono tormentati rapporti fra genitori e figli: quello fra la poliziotta che indaga sul caso e l’anziano padre che la abbandonò ragazzina, quello dolcissimo fra il bambino di Marco Dori e suo padre. Ci sono storie di amori e di tradimenti: Marco Dori, la ex moglie e il ricordo della vergogna del tradimento svelato dall’inchiesta. Piero, il violento balordo che fu fidanzato tradito della Turchetti e che cerca ancora una vendetta. C’è, su uno sfondo che pagina dopo pagina diventa sempre meno sfondo, una storia di usura che rovina l’ex datore di lavoro della donna uccisa.

“Io sono la prova” è un affresco della società contemporanea. Scritto bene, anche se con qualche didascalia di troppo, e con un finale poco giallo e non del tutto inatteso che, anche se risolutivo, anche se porta i cattivi in galera come deve essere nel giallo tradizionale, non è per nulla consolatorio. Anzi: un finale amarissimo, degna conclusione di una storia molto cupa.

Biagio Proietti, Io sono la prova, Dario Flaccovio
Recensione pubblicata su Queer di Liberazione del 15 giugno 2008 (pdf non disponibile)

la grande politica italiana: il pd fa opposizione

di a. pagliaro, 13/6/2008

Risponde al vero che nel pomeriggio di ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nonché proprietario della società di calcio A.C. Milan, abbia telefonato a Roberto Donadoni facendogli il suo in bocca al lupo per la competizione e gli abbia suggerito qualche pedina da schierare nella straordinaria formazione che ieri è scesa in campo rimediando una delle figure più nere della storia del nostro calcio?“.

Senza ricorrere ad inutili sondaggi, ma semplicemente parlando con il vicino di casa o con il collega d’ufficio, si evince che la stragrande maggioranza dei tifosi italiani, quelli competenti ma anche i semplici appassionati, sono rimasti leggermente disorientati dalla lettura della formazione iniziale che il ct Donadoni ha schierato ieri sera“.

Appare inspiegabile in particolare la scelta di schierare l’intero blocco di centrocampo del Milan (nello specifico Gattuso, Pirlo e Ambrosini), squadra arrivata quinta in campionato e che non ha brillato nella coppe internazionali, sfavorendo centrocampisti che hanno avuto un rendimento ben maggiore nella corso della stagione”.

Interrogazione parlamentare presentata dal deputato PD Roberto Giachetti all’indomani della partita Italia-Olanda.

Partito Democratico: una opposizione ferma e risoluta.

forza italia

di a. pagliaro, 11/6/2008

euro 2008Io ero solito stare dalla parte dell’Italia quando la Spagna finiva eliminata (e anche prima) ma questo non mi pare più possibile da quando quel paese è Berlusconia“, scrive Javier Marias. Ma noi siamo italiani, abbiamo tifato per Paolo Rossi e Bettega, le nostre vite sono scandite dai Mondiali - che da Espana ‘82 ci piace chiamare Mundial - di cui ricordiamo ogni gol e che ci commuoviamo a rivedere su Eurosport Classic, ma solo nel commento originale. Ci commuove Bruno Pizzul che dice “ha il problema di girarsi“, “cincischia a centrocampo” ed “è tutto molto beello“. Ci commuove la voce di Nando Martellini e i suoi infiniti errori. Ci ricordiamo la poltrona su cui eravamo seduti per Italia-Brasile 3-2, che c’era caldissimo fuori e il condizionatore faceva così rumore che la voce di Martellini spariva, che erano le cinque del pomeriggio, che papà era seduto lì e nonno ha perso il terzo gol perché è andato a prendere da bere.

No, noi non siamo capaci di tifare Spagna, anche se loro hanno Zapatero. Anche se l’Italia di Berlusconi subisce i gol di tacco di Ibrahimovic, i golden gol dei coreani, le triplette dell’Olanda e per vincere un Mondiale ci vuole Prodi in panchina. Anche quando odiamo il sistema, odiamo i calciatori, odiamo le loro auto e i loro vestiti, noi non ci rassegniamo a fare i grillini (i calciatori sono i nostri dipendenti) e tifare Ghana (stavolta no, stavolta Beppe Grillo non tifa Romania). Né andiamo a Capalbio mormorando con la erre moscia che il calcio è l’oppio dei popoli. Noi guardiamo le partite. Tutte, pure Svezia-Grecia e amiamo il gioco della Grecia, quel passarsi la palla portiere terzino stopper portiere terzino stopper per minuti senza mai nemmeno pensare che sia possibile anche andare oltre il centrocampo e, perché no, provare a fare gol. Un bel catenaccio all’antica che loro sanno fare e noi - da quando ci sentiamo olandesi - no.

Amiamo le partite di queste squadre con le magliette sempre quelle, senza la scritta Pirelli Toyota Fastweb. Sempre quelle, magari lievemente imbruttite da intarsi d’oro, numeri sfocati, colletti mezzi bianchi e mezzi tricolori, ma sempre quelle. Gli azzurri, gli oranje, le furie rosse. Non diverse di anno in anno. Niente maglie con la croce rossa mai viste prima da vendere in Giappone, niente seconde maglie gialle o verdi per la coppa Uefa e terze a strisce orizzontali per la coppa Italia perché poi il tifoso le vuole tutte a cento euro l’una. Amiamo queste squadre che non possono comprare Ronaldinho e Drogba nemmeno con tutti i miliardi del mondo, che non possono schierare undici stranieri al massimo Camoranesi, e che si portano dietro tifosi colorati, alcuni con gli zoccoli, raramente violenti se non sono inglesi e non c’è troppo alcol vicino. Queste squadre che non hanno presidenti criminali, che non fanno la Champions League brought to you by Mastercard.

Viva gli Europei. Per queste partite, quasi tutte brutte ma comunque belle perché sono gli Europei, tolleriamo anche i commenti di Marco Civoli pensando: “ma come è possibile?”, e a quanto era bello il mondiale di Caressa. Tolleriamo Carlo Nesti, erede mancato di Pizzul, che urla gol gol cento volte mentre tutti sono fermi perché è fuorigioco e il povero Collovati cerca di farglielo notare. Tolleriamo anche i commentatori tecnici: Salvatore Bagni, “gli olandesi sono cotti“, “camminano” ,”noi abbiamo molta più qualità“, “loro non hanno nessuno sulle ali“, “vinciamo col contropiede“, Bagni l’abbronzatissimo unico a non accorgersi che l’Olanda domina; Bagni in grado di offuscare persino le passate glorie Bulgarelli e Sandreani (”per Del Piero vorrei spendere un aggettivo: spirito di sacrificio“). O Carolina Morace, che deve sentirsi obbligata a fare un commento per ogni passaggio. No, Carolina, non è necessario. Tolleriamo le immagini trasmesse dalla Rai, ancora in 4/3 e in qualità Telesicilia anni ‘80.

Tolleriamo Marino Bartoletti - con le arance, l’aria da guru del pallone nel maldestro tentativo di fare Gianni Brera - e barbapapà Galeazzi perché finisce che, mai sazi, guardiamo anche Notti europee e piangiamo l’unico risultato vero di Moggiopoli: non c’è Aldo Biscardi con la sua capigliatura color maglia dell’Olanda e i suoi complotti, la moviola in campo e Maurizio Mosca che urla. Aldo Biscardi is part of the game.

E mentre il vero anticonformista di sinistra tifa Romania, nei commenti dei giornalisti Rai è già Italia-Spagna. Già, perché noi avendo perso la prima saremo secondi nel girone e loro avendo rifilato quattro gol ai poveri russi (se c’è un negozio di vodka aperto nei pressi dello stadio, i russi giocano così) sono già primi. Tranquilli: delegati di Casa azzurri hanno già avvicinato Mutu e Chivu. Per ora non vogliamo saperlo, fra dieci anni ce lo racconta Oliverio Beha. I romeni sono rom, ha semplificato Calderoli (peraltro deluso dalla scritta rou che appare in video quando gioca la Romania). Poi la Francia. Sono negri, ha semplificato Calderoli. La Romania si può fare. La Francia non ha più Zidane. Da oggi in poi sono tutte finali. Nel calcio, tutto può succedere perché la palla è rotonda. Donadoni non è adeguato. Deve mettere Cassano. Materazzi è vecchio. Poi ha troppi tatuaggi, il prossimo deve farlo su Barzagli. Barzagli gioca in nazionale? E meno male che Donadoni non ha litigato con Panucci, se no portava anche Zaccardo. Evviva il calcio delle nazionali, l’unico calcio rimasto, il più bel recupero dell’infanzia. E forza Italia.

comincerei la discussione chiedendoci se c’è un effettivo ricorso

di a. pagliaro, 9/6/2008

Se io fossi un criminale, se esistessero delle intercettazioni che mi inchiodano, se fossi già sotto processo e questo processo dipendesse in modo decisivo da registrazioni di conversazioni telefoniche, se fosse tutto questo e avessi la ventura di diventare presidente del Consiglio, allora sì: mi nominerei un ministro della Giustizia burattino e mi farei una bella legge per proibire le intercettazioni presenti passate e future. Magari la farei durante un europeo di calcio, sperando che l’Italia arrivi in fondo. La condirei con qualche presa in giro - “garantisce la privacy degli italiani” “solo per reati di mafia” - e la farei raccontare a modo mio, magari nell’intervallo della partita, a un po’ di schiavi che ho piazzato in tv.

E poi morirei dal ridere se esistesse una senatrice di nome Finocchiaro e se questa senatrice, capogruppo dell’opposizione al Senato, fra un appello al dialogo e l’altro, facesse dichiarazioni così: “Bisogna trovare regole condivise: comincerei la discussione chiedendoci se c’è un eccessivo ricorso alle intercettazioni. Se riscontriamo questo eccesso affidiamo, ad esempio, l’autorizzazione ad un collegio di magistrati che verificano l’indispensabilità di quelle intercettazioni“. Hi hi hi. Sì, e magari il collegio di magistrati lo presiede Nicola Mancino.

Tutto ciò se fossi un criminale.

maresciallo ci sono da fare degli arresti

di a. pagliaro, 3/6/2008

gasparri - Maresciallo Esposito.
- Comandi signor tenente.
- Maresciallo, ci sono da fare degli arresti.
- Chiamo gli uomini.
- Dovete andare in centro, via Libertà e via Ruggero Settimo.
- Cosa grossa, tenente. Prendiamo gli esattori del pizzo? Anche mia moglie li vede girare per negozi. Pure lei me lo disse che sarebbe ora di acchiapparli.
- No no.
- Ho capito, signor tenente. Andiamo a chiudere tutte quelle boutique di lusso che sono sempre vuote, lo sanno tutti che riciclano i soldi della mafia. Era ora, me lo lasci dire.
- No nemmeno.
- Allora andiamo a controllare i libri contabili di ****? Quello ha l’attico in centro, la villa a Mondello, gira col Mercedes e dichiara settemila euro.
- No, Esposito.
- Tenente, non mi dica che andiamo dal notaio ****, quello che intestava le società milionarie di Provenzano ai pensionati da 500 euro… Lei punta in alto, eh.
- No, Esposito, no.
- Allora andiamo dall’avvocato ****, quello che incontra i clienti latitanti e lancia messaggi mafiosi sui giornali?
- No no.
- Dal commercialista di Matteo Messina Denaro?
- No, Esposito, no.
- Va be’, ora chiamo gli uomini, ma chi dobbiamo arrestare, tenente?
- I negri, Esposito.
- I negri?
- Sì, e sequestrate i cd.

La sera, poi, Gasparri soddisfatto dichiarava a Porta a Porta: “In Italia, il 35% dei crimini è commesso da extracomunitari”.

il sangue degli altri su panorama.it

di a. pagliaro, 29/5/2008

panorama.it“Pagliaro spiega l’idea centrale del suo romanzo a Panorama.it: «Cosa nostra cerca di fare business ovunque sia possibile, ovviamente senza alcun tipo di vincolo etico. E in zone di guerra o di instabilità politica, fare soldi col crimine è sempre più facile. È successo, ad esempio, nell’Est Europa dopo la caduta del muro. Non credo sia successo in Cecenia, almeno non con la mafia siciliana, ma che succeda è certamente verosimile»“.

Leggi l’articolo di Valentina Nuccio su Panorama.it

un bell’applauso per paolo e giovanni, se lo sono meritati

di a. pagliaro, 27/5/2008

albero falconeIl 23 maggio del 2008 in via Notarbartolo a Palermo è il sedicesimo anniversario della strage di Capaci. Ci sono diecimila giovani, ma non sono palermitani: sono arrivati con la nave. Ci sono i maratoneti che arrivano correndo da Corleone. Ci sono alcuni palermitani, sempre le stesse facce, solo un po’ più vecchie. Poche, pochissime. Ci sono le strade chiuse, i vigili, e tutto intorno centinaia di automobilisti infuriati.

Quando la musica diffusa dal palco - a volume troppo alto, stupida, inutile - smette, si sentono i mille clacson di una città impaziente. Quando finisce ’sta camurria di sciopero? C’è Piero Grasso sul palco, Grasso che aveva l’età e Giancarlo Caselli no. C’è una presentatrice che per minuti sommerge i presenti di banalità: “un bell’applauso per Paolo e Giovanni. Se lo sono meritati“. E’ l’ombra lunga di Canale 5. Noi avremmo voluto silenzio. E invece canta anche Jovanotti, ed è un trionfo. Adesso mancano solo le telecamere di Lucignolo.

Il sindaco non c’è. Il sindaco di Palermo non c’è mai. Il presidente della Regione non c’è. Loro sono stati già eletti. Non c’è il presidente del Senato. Lui ha deposto una corona di fiori a Capaci. Lo ha fatto blindato. Lo ha fatto impettito a favore di telecamera, e il servizio va su tutti i canali. Ma non aveva parlato contro la mafia in Senato? Eh, ma lì c’è il dialogo. Qui non c’è. Qui non può esserci: qui c’è un pubblico, e non sono i senatori addomesticati dalla Finocchiaro, e nemmeno il pubblico di Retequattro. Il paese addormentato da Mediaset e consegnato alla mafia. Qui lo massacrerebbero di fischi. C’è però Giovanni Avanti, UDC, pupillo di Cuffaro, candidato presidente alla Provincia. Arriva timoroso con tre auto blu. Poi sale sul palco, ma rimane defilato. Il 15 giugno ci sono le elezioni, è in campagna elettorale, allora si fa vedere ma non troppo se no lo fischiano.

I ragazzi della nave - ripetono dal palco - dovranno riunirsi alla stazione Notarbartolo alle 18. Lo dicono tre, quattro volte, e la gente pensa: il silenzio per i morti di Capaci è alle 17,58, come faranno? Problema risolto: Piero Grasso annuncia il silenzio cinque minuti prima, così è più semplice: sarà stata un’idea di Calderoli. Un militare suona il silenzio alle 17,53. I ragazzi possono andare, saranno puntuali. Riaprono le strade, tornano le auto, i clacson sono più vicini. Cornuto, grida una ragazza sulla Smart all’uomo sul Suv che le taglia la strada.

23 maggio 1992 - 23 maggio 2008

di a. pagliaro, 23/5/2008

difendi la libertà

C’è un monolite di mattoni rossi che a Capaci simboleggia solitario una lotta abbandonata. Picchì vincièru iddi.

Che già si era capito quando al campo di calcetto i ragazzi finirono la partita che la bomba era scoppiata. Coi capelli bagnati, in portineria. Il tipo a cui pagare il campo, girato verso la televisione in alto. Un telegiornale in un’ora senza telegiornale. Che successe? La domanda. Nenti, ammazzaru a Falcone. Falcone? Gli occhi sgranati. Ca chiddu picchì un si facìa i fatti sua?

Hanno vinto loro.

Palermo ai funerali. Mafiosi inginocchiatevi. Io vi perdono però vi dovete mettere in ginocchio. Se avete il coraggio di cambiare (ma loro non cambiano). Per Vito. E per Giovanni per Francesca per Rocco per Antonio.

Un mese ed è giugno. Duemila metri la catena umana per ricordare. Questa è l’ alba e non diventerà mai tramonto. Ore 17,58 tutte le campane di Palermo suonano a morto.

Un mese ancora e tocca a Paolo. Hanno vinto loro.

Palermo come l’aragosta. Ancora viva, nell’acqua bollente, si agita un poco. Palermo nel ’93, nel ’94. I lenzuoli bianchi ai balconi, Orlando sindaco col 75%, la Primavera, c’è la Primavera. La mafia fa schifo, le vostre idee cammineranno sulle nostre gambe.

Loro hanno pazienza. Loro mettono qualche bomba. Loro trattano. Loro non si inginocchiano.

Il primo anniversario, l’albero Falcone in via Notarbartolo. Migliaia di persone, la mafia fa schifo, la mafia fa schifo. Hanno preso Riina, prendeteli tutti. I lenzuoli ai balconi, grigi.

Loro. Loro aspettano, puliscono casa Riina, nascondono l’agenda di Paolo, nascondono l’ultima intervista.

Due anni e la mafia fa ancora schifo. I pentiti che parlano. La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Una fine.

Loro aspettano, e inizia l’era della libertà e dei cieli azzurri con le nuvolette.

Il terzo anniversario. L’albero Falcone, e il condominio protesta ché l’albero con tutte quelle porcherie, i bigliettini, i fiori morti, le lettere non è decoro. Non è decoro, lì la Palermo è bene. E tutte queste sirene? E tutte queste zone rimozione? Perché?

Il quarto. L’albero Falcone e meno gente che a un sedicesimo di coppa Italia. I lenzuoli, niente più lenzuoli.

Gli anniversari, ancora. Un gruppetto di amici, uno striscione triste. E una coda di auto in via Notarbartolo che suonano. Perché ‘sti cornuti non si levano di mezzo e ci fanno passare?

Il settimo. Ci sono quattro cristiani curiusi. Il tentativo di minuto di silenzio affogato dai clacson delle auto.

Hanno vinto loro, loro quelli che non sparano. Loro quelli della trattativa, loro quelli che il 41bis è un ricordo, loro quelli che i pentiti non si pentono più.

Il papello. Il papello va bene. E che il cielo sia azzurro.

Hanno vinto loro, mentre noi cresciamo liberi. C’è Gerry Scotti in tv. E il Grande Fratello. Lui era Falcone, con la moglie. E poi gli altri. Com’è che si chiamavano gli altri?

Quindici anni. Loro non sparano più, niente bombe, niente kalashnikov. E’ tutto tranquillo, va tutto bene, il cielo è sempre più azzurro. Tutti pagano il pizzo e il botto di Capaci non si sente più. Tendi l’orecchio e non senti più l’eco.

Ha perso anche Rita e ha perso Leoluca. Palermo va al voto come in Sudamerica. Viri che c’è ‘a finale di scempion stasira, non facciamo tardi se dobbiamo ricordare il giudice.

Iddi vincièru. Iddi.

Questo pezzo è stato scritto e pubblicato l’anno scorso per il quindicesimo anniversario della strage di Capaci. Lo ripubblicherò ogni anno, fino a quando non sarà più vero che vincieru iddi.

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